Perchè questa campagna

FARE SPORT FA BENE!

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è importante per i bambini e giovani (dai 5 ai 17 anni) svolgere attività fisica, preferibilmente di tipo aerobico, per almeno 60 minuti al giorno (WHO, 2011). Questo comporta infatti benefici all’apparato muscolo-scheletrico, cardiovascolare e neuromuscolare, alla salute fisica in generale e al mantenimento di un peso forma (WHO, 2011).

Fare sport è un’abitudine sana per qualunque fascia d’età e sono soprattutto le abitudini acquisite durante l’infanzia che vengono mantenute nel corso della vita , principio che vale per tutte le persone indipendentemente dal loro stato di salute. In presenza di disabilità psichica i bisogni fisiologici legati al movimento sono esattamente gli stessi presenti in un bambino a sviluppo neurotipico e la quantità di ore impiegate in attività fisiche dovrebbe quindi essere la stessa.

Vi sono però altri fattori importanti che riguardano questo genere di attività: “lo sport rappresenta un elemento fondamentale sul piano emotivo e sociale, un ambiente multidimensionale, dinamico, ludico, adatto ad intensificare la coscienza di sé e del proprio corpo, è uno strumento educativo e formativo e spesso è anticipatore dei mutamenti sociali. Lo sport abbina l’attività fisica con quella ricreativa, favorisce la salute, la longevità, il benessere fisico e psicologico. Come sottolineato dal Consiglio dell’Unione Europea, lo sport è fonte e motore di inclusione sociale e viene riconosciuto come uno strumento eccellente per l’integrazione delle minoranze e dei gruppi a rischio di emarginazione sociale”.

IL CONCETTO DI EMPOWERMENT NELLO SPORT

Il concetto di empowerment si riferisce al “processo tramite il quale ogni individuo sviluppa delle abilità e competenze per ottenere il controllo della propria vita e per migliorare la propria condizione di vita.”

Hutzler (1990) ha introdotto il concetto di empowerment nello sport per disabili ponendo alla sua base la consapevolezza nelle proprie competenze e la percezione di autoefficacia. L’obiettivo è di raggiungere tramite l’esperienza sportiva un migliore controllo delle risorse personali e dell’ambiente in cui si vive, con l’uso di competenze che di solito non sono in possesso delle persone con disabilità.

In una prospettiva di empowerment le persone con disabilità sono considerate come cittadini a cui devono essere assicurati diritti e scelte, piuttosto che individui dipendenti, da aiutare, a cui fornire delle abilità.

Il modello di Hutzler postula che l’attività sportiva determini una serie di benefici psicologici e sociali nelle persone con disabilità:
le esperienze di riuscita migliorano l’autoefficacia
la migliore fiducia nel proprio corpo migliora il concetto di sé fisico e l’autostima
i disturbi dell’umore e affettivi diventano più leggeri
la crescita nel livello di abilità conduce a una migliore accettazione sociale

In questi anni si è sviluppata la consapevolezza che lo sport e, più in generale l’attività motoria, possano rappresentare delle situazioni in cui promuovere lo sviluppo psicosociale e motorio delle persone con disabilità.

I benefici dell’attività sportiva nella disabilità

La ragione principale per sviluppare l’attività motoria nei bambini con disabilità intellettive è di ribaltare la loro condizione prevalentemente sedentaria, migliorare il funzionamento del loro corpo, dei processi cognitivi e di quelli affettivi, nonché arricchire e migliorare la loro interazione con i compagni e con gli adulti.

Le ricerche condotte con bambini con disabilità intellettiva, relazionale e/o psichica mostrano che sono molto meno attivi motoriamente rispetto ai loro coetanei normodotati e che la percentuale di individui sedentari aumenta con il crescere dell’età.

L’attività motoria, condotta anche a livelli di moderata intensità, può migliorare la flessibilità, aumentare la resistenza muscolare, ridurre il peso e l’indice di massa grassa. Riduce, inoltre, i problemi comportamentali, migliora il concetto di sé e sviluppa le funzioni intellettive.

Gli sport di squadra e di gruppo facilitano il comportamento prosociale e la comunicazione interpersonale e pertanto potrebbero essere di grande utilità in giovani con disabilità relazionale, proprio per favorire lo sviluppo di competenze che nelle attività individuali svolgono un ruolo più marginale.

Questa mancanza di attività nei giochi sportivi deriva probabilmente dalla convinzione che i giovani con disabilità intellettive abbiano difficoltà nel relazionarsi agli altri e tantomeno potrebbero essere parte di una squadra. Questa identificazione, anche da parte degli esperti, dei giovani come singole identità non in grado di interagire fra loro per le evidenti difficoltà di linguaggio e di comunicazione di cui molti soffrono, ha condotto a privilegiare gli sport individuali e soprattutto quelli ciclici di lunga durata (camminare, correre, jogging, nuoto, bicicletta).

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